Festival del Cinema di Roma. Intervista ad Al Pacino.
Di Luisa Scarlata • 23/10/2008 • Categorie: EventiFestival del Cinema di Roma. Intervista ad Al Pacino.
Dal Festival del Cinema di Roma un estratto dell’intervista ad Al Pacino che si è generosamente concesso alla stampa.
Al Pacino introduce la conferenza stampa con una sua considerazione sull’Actor’s Studio.
E’ un piacere e un onore per me essere qui. L’Actor’s Studio è stata la cosa più importante per me, per la mia carriera, da giovane ma non solo. L’Actor’s Studio è il luogo dei drammaturgi e degli attori: non tutti forse lo sanno ma l’Actor’s Studio è gratuito; chiunque, e dico chiunque, può venire a fare un provino. E chi riesce ad entrare non ne esce più per tutta la vita. Quando ero giovane all’Actor’s Studio facevamo tantissime sessioni di studio: “sperimentazione” era la parola chiave e poi letture, incontri, opportunità di conoscersi. Questo è l’Actor’s Studio. E io sono veramente onorato di essere qui, a Roma, a ritirare questo premio. Non me lo ero nemmeno scritto questo discorso, ci ho pensato solo oggi pomeriggio (ride...)
Nei suoi film interpreta spesso il mentore di un altro personaggio. Nel suo campo lei è considerato un maestro: quanto è difficile trasmettere ai giovani l’arte della recitazione? E quanto non metterli in soggezione essendo Al Pacino?
Con i giovani attori, molti dei quali sono poi diventati degli amici, mi è utile ricordarmi di quando ero giovane io, ad esempio di come Brando fosse sempre gentile con me. E’ possibile che i giovani siano intimiditi...d’altra parte anche durante le prove certe tensioni sono naturali...Allora spesso ci si mette a chiacchierare, magari si va a prendere un caffé fuori e così si comincia a vedere e conoscere anche la persona e non solo l’attore. Loro cominciano a vedere me, io a vedere loro. Questo fa veramente la differenza.
Cosa significa per lei essere a Roma in questo momento? E a che punto della sua carriera direbbe di trovarsi?
Uhm...E’ difficile mettersi un vestito. E ancora più complicato mettersi giacca e cravatta. Per me è un onore ogni volta che vengo in Italia. Oggi pomeriggio ho parlato in una scuola, per me è entusiasmante, è difficile dirlo, è come se stessero organizzando una festa per te e tu ti chiedessi “Cosa ho fatto per meritarlo?”
In un’intervista lei dice di preferire il teatro al cinema. E’ vero?
E’vero, è vero. Perché ho cominciato sul palcoscenico, è una cosa per me molto familiare. Io sono un performer, un artista, un attore, amo il pubblico dal vivo, le emozioni che riesce a darti il teatro. Il teatro posso dire che è stato la mia famiglia, la famiglia con cui davvero sono cresciuto.
Che cosa è la cosa più importante che ha imparato nel recitare?
La cosa migliore del recitare è...la bevuta che ti fai dopo che hai finito di recitare!
Lei ha interpretato moltissimi ruoli. Quanto è difficile uscire dai suoi personaggi? Staccarsi da loro e lasciarli sul set?
Fantastica domanda perché una delle cose che si imparano man mano che cresci è l’essere in grado di separarti dal personaggio sapendo che ci sono altre cose nella vita, come la famiglia e così via. Quando ero giovane i personaggi mi si attaccavano addosso, ma devo dire che mi è capitato anche il contrario. In “Quel pomeriggio di un giorno da cani”, ad esempio, avevo lasciato andare un personaggio che poi però non riuscivo a trovare più. Non riuscivo davvero a ritrovarlo...In teatro questa cosa non succede, i personaggi cambiano più spesso, piuttosto ti capita di scambiare Shakespeare con Amleto! Cose così succedono davvero! Il fatto è che al cinema si lavora troppo: 14 ore di seguito e questo credo non sia positivo. La troupe, gli attori, non riescono più a concentrarsi, è troppo faticoso, io sono per orari più umani, per giornate di riprese meno lunghe, perché gli attori hanno bisogno di energia altrimenti non possono farcela a dare davvero.
Luisa Scarlata è Capo Redattore di Cineradar.
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